DAL CAMPO PROFUGHI ALLE OLIMPIADI

7 febbraio 2018

Yiech Pur Biel è un sopravvissuto alla guerra civile sud sudanese. Ha vissuto per 10 anni nel campo profughi di Kakuma, in Kenya. Qui ha imparato a correre a livello competitivo. E alle olimpiadi di Rio de Janeiro era tra i 10 atleti della prima squadra olimpica dei rifugiati nella storia dei giochi olimpici. Oggi è impegnato in una campagna per migliorare le strutture sportive nei campi profughi di tutto il mondo.

 

«Essere un rifugiato non significa non valere nulla»

Biel aveva soltanto 10 anni quando ha visto la sua casa rasa al suolo. Abbandonato a se stesso nel bosco, è sopravvissuto cibandosi di frutti e foglie, prima di raggiungere un campo profughi in Kenya.

A Kakuma è diventato l’atleta che, 11 anni dopo, lo ha portato ai blocchi di partenza degli 800 metri a Rio de Janeiro.

Insieme a lui nella squadra dei rifugiati c’erano due nuotatori siriani, due giocatori di judo congolesi, un maratoneta etiope e altri quattro corridori dal Sud Sudan.

Tutti avevano superato tremendi ostacoli, non solo dal punto di vista emotivo per il dolore della separazione e della perdita della famiglia, ma anche dal punto di vista atletico, riuscendo a raggiungere anche alti livelli di forma fisica in condizioni molto avverse.

«Nel campo profughi non abbiamo strutture, nemmeno le scarpe» diceva, mentre si preparava a partire per Rio. «Non c’è palestra. Anche il tempo non favorisce l’allenamento perché, dalla mattina alla sera, è così caldo e soleggiato».

 

Lo sport cambia il mondo

Alla fine Biel non è riuscito a qualificarsi nei suoi 800 metri, ma per lui essere lì è stato importante.

«Mi ricordo di aver pianto così solo due volte nella vita; quando sono stato separato da mia madre e quando ho scoperto che ero stato scelto per correre a Rio». ha affermato Biel.

Di recente gli è stata offerta l’opportunità di aiutare altri come lui. Gli è stato chiesto di far parte del consiglio della Olympic Refuge Foundation (ORF), che istituisce strutture sportive per bambini rifugiati, sfollati e vulnerabili.

Biel, che ora ha 23 anni, afferma: «Sono orgoglioso di rappresentare i 65,6 milioni di sfollati forzati che hanno dovuto fuggire dalle loro case a causa di guerre, carestie, disastri causati dall’uomo e naturali». E non vede l’ora di utilizzare lo sport come strumento di cambiamento per i giovani sfollati in tutto il mondo.

Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, ritiene che lo sport per i bambini sia vitale.

«Aiuta a ripristinare l’infanzia e porta una parvenza di normalità in queste vite giovani ma già spezzate. Per i bambini rifugiati, le attività sportive organizzate significano uno spazio sicuro in cui possono guarire, crescere e svilupparsi». E ha aggiunto: «Lo sport è un agente di cambiamento per i bambini sfollati e rifugiati che lavorano per migliorare il loro benessere sociale, fisico ed emotivo, riguadagnare la fiducia in se stessi e sviluppare le loro abilità».

Biel ha iniziato a studiare relazioni internazionali, ma si allena con la Tegla Loroupe Peace Foundation in Kenya, nella speranza di essere selezionato per le Olimpiadi di Tokyo nel 2020.

«Voglio mostrare ai miei compagni rifugiati che hanno una possibilità e una speranza nella vita – ha detto – attraverso l’educazione, ma anche nella corsa, puoi cambiare il mondo».

 

(tratto dal quotidiano The Guardian)

 

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