Un Paese giovane, nato nel 2011 dopo decenni di conflitti, che ancora oggi cerca stabilità, sviluppo e opportunità per le nuove generazioni.
La storia del Sud Sudan è segnata da guerre, migrazioni forzate e profonde fragilità, ma anche da una straordinaria resilienza delle comunità. Comprendere questo percorso significa comprendere il contesto in cui CESAR opera ogni giorno, accanto alle persone più vulnerabili. È il senso dell’impegno di P. Cesare Mazzolari, riconosciuto come ‘padre del Sud Sudan’, che il 9 luglio 2011 pronunciò il discorso ufficiale nel giorno dell’indipendenza.
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Il Sud Sudan viene unito al Sudan sotto il dominio anglo‑egiziano fino all’indipendenza del 1956. Le differenze etniche, culturali e religiose tra nord e sud generano tensioni profonde.
Il Sud rivendica autonomia; il conflitto termina con gli Accordi di Addis Abeba, che garantiscono una prima forma di autogoverno.
Riprende la guerra tra il governo di Khartoum e il SPLA/M. È uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi dell’Africa: oltre 2 milioni di vittime e milioni di sfollati.
Viene istituito un governo autonomo del Sud Sudan.
Il 99% della popolazione vota per la secessione. Il 9 luglio 2011 nasce ufficialmente la Repubblica del Sud Sudan, 193° Stato ONU.
Dopo l’indipendenza, il Paese affronta sfide enormi: costruzione delle istituzioni, gestione delle risorse petrolifere, tensioni politiche interne. Le rivalità tra il presidente Salva Kiir e il vicepresidente Riek Machar iniziano a emergere.
Nel dicembre 2013 scoppia un nuovo conflitto interno che, in pochi mesi, travolge il Paese e assume dimensioni drammatiche. Milioni di persone vengono sfollate e la fame aumenta, dando origine a una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.
Nel 2018 viene firmato un accordo di pace che porta alla formazione di un governo di unità nazionale. La situazione rimane fragile, ma si apre uno spiraglio per la ricostruzione.
Il Paese affronta nuove violenze locali, catastrofi naturali e alluvioni che colpiscono ogni anno oltre un milione di persone, aggravando la crisi alimentare e infrastrutturale.
Nel febbraio 2023 Papa Francesco visita Juba insieme all’Arcivescovo di Canterbury e al Moderatore della Chiesa di Scozia. È un evento storico che richiama l’attenzione internazionale sulla situazione del Paese e rilancia l’appello alla riconciliazione tra le comunità e i leader politici.
Negli anni successivi, il processo di pace del 2018 entra in una fase di forte rallentamento. Le riforme previste — in particolare nel settore della sicurezza, della governance e della giustizia — avanzano lentamente. Le tensioni tra il Presidente Salva Kiir e il Primo Vicepresidente Riek Machar riemergono, ostacolando il funzionamento del governo di transizione.
Nel marzo 2025 il Vicepresidente Riek Machar viene posto agli arresti domiciliari e successivamente incriminato per gravi reati, tra cui tradimento e crimini di guerra. Il processo, avviato nel settembre 2025, rappresenta una svolta significativa nella vita politica del Paese e contribuisce a irrigidire ulteriormente il clima istituzionale. La vicenda suscita preoccupazione nella comunità internazionale per il possibile impatto sulla stabilità nazionale.
Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 il governo introduce modifiche sostanziali all’Accordo di Pace Rivitalizzato del 2018. Le revisioni mirano a consentire lo svolgimento delle elezioni previste a fine 2026, rimuovendo alcuni prerequisiti chiave come il completamento della Costituzione permanente e il censimento nazionale. Le modifiche sono contestate da parte dell’opposizione, che le considera una violazione dello spirito dell’accordo.
Il Sud Sudan nel frattempo continua ad affrontare una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Alluvioni ricorrenti, insicurezza alimentare, epidemie di colera e polio e violenze locali colpiscono milioni di persone. Nel 2026 oltre metà della popolazione necessita di assistenza umanitaria, mentre molte aree rimangono difficili da raggiungere a causa dell’insicurezza e delle infrastrutture limitate. Oggi oltre tre quarti della popolazione dipende da qualche forma di aiuto umanitario.
Il Paese ha una delle crescite demografiche più alte al mondo, con un tasso di fertilità di 5 figli per donna e un’aspettativa di vita di circa 58 anni. La maggior parte dei bambini cresce in un contesto segnato da violenza, sfollamenti e scarsità di servizi essenziali.
Le tensioni politiche, gli scontri tra gruppi armati e la competizione per risorse sempre più scarse continuano a generare instabilità. Nel 2025 si sono registrati centinaia di migliaia di nuovi sfollati.
Il Paese ospita oltre 2 milioni di sfollati interni e più di 1,3 milioni di rifugiati e rimpatriati provenienti dal Sudan. In alcune aree i servizi operano al 300–400% della capacità.
Dal 2019, inondazioni ricorrenti colpiscono ogni anno milioni di persone, mentre altre regioni affrontano siccità prolungate. Le comunità perdono raccolti, bestiame e mezzi di sussistenza.
La fame è una delle emergenze più gravi: milioni di persone affrontano livelli di crisi o peggio. In alcune contee, tre bambini su cinque soffrono di malnutrizione acuta.
Oltre l’80% dei servizi sanitari è garantito da ONG internazionali. Le strutture statali sono minime e la mortalità materna è tra le più alte al mondo.
Il Sud Sudan vive una delle peggiori crisi educative globali: 2,8 milioni di bambini sono fuori dalla scuola. Le scuole vengono chiuse per insicurezza, sfollamenti e mancanza di insegnanti.

Il Sud Sudan è un Paese giovane, segnato da decenni di conflitti, shock climatici, epidemie e una crisi umanitaria tra le più gravi al mondo. Qui, dove milioni di persone vivono in condizioni di estrema vulnerabilità, CESAR continua l’eredità di P. Cesare Mazzolari, che ha dedicato la sua vita alla popolazione sudsudanese. Operiamo in questo contesto perché crediamo che ogni persona abbia diritto a dignità, protezione, educazione e opportunità di futuro.
Due terzi della popolazione necessita di assistenza umanitaria e il sistema dei servizi essenziali è al collasso. In molte aree rurali, dove scuole, ospedali e infrastrutture non esistono, la presenza di CESAR diventa un punto di riferimento stabile e affidabile.
Il Sud Sudan ha uno dei tassi di alfabetizzazione più bassi al mondo e oltre 2,8 milioni di bambini non hanno accesso alla scuola. CESAR investe nell’educazione per costruire una società più giusta, prevenire la violenza e spezzare il ciclo della povertà.
Donne, bambini, persone con disabilità e famiglie sfollate affrontano rischi enormi. CESAR garantisce protezione, servizi essenziali, sostegno psicosociale e percorsi di reinserimento, sempre a partire dall’ascolto delle comunità.
La missione di CESAR è radicata nella storia di P. Cesare Mazzolari, che ha guidato la diocesi di Rumbek per oltre trent’anni e ha accompagnato il Paese fino all’indipendenza del 2011. Operare in Sud Sudan significa continuare il suo lavoro di solidarietà e speranza.
Nonostante le sfide, il Sud Sudan è un Paese pieno di energia e desiderio di futuro. CESAR opera con questa convinzione: trasformare la speranza in opportunità concrete per le comunità.